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martedì, aprile 17, 2007
desidero essere unico e speciale ....
A casa di Marzio e in seno alla sua famiglia aveva trovato un mondo accogliente e parallelo e proprio grazie all’amico aveva iniziato a pasticciare concretamente con la musica. I consensi arrivarono presto.
Marzio aveva una mente lucida e veloce, da vero talento dalla natura. Oltre ad essere tecnicamente un eccellente musicista possedeva inoltre una dialettica che poteva spiazzare. Mentre Marzio, smisuratamente più dotato musicalmente, cercava affannosamente l’attenzione mediatica, il giovane A. restava più compassato e quasi assente ma proprio questo atteggiamento, unito ad una compostezza quasi robotica, finiva per catalizzare involontariamente l’attenzione delle telecamere. Il suo innato senso di estraneità diventava ulteriore arricchimento dello spettacolo. Ora il modo di abbigliarsi, abbandonata da un pezzo l’adolescenza, urlava un grido disperato ‘guardatemi, esisto, voglio esserci, non confondetemi con gli altri, desidero essere unico e speciale’. Non sapevo se il suo bisogno di distinguersi fosse causato da un’ insaziabile necessità di affermazione o se fosse solo un modo di rendere il corpo un ulteriore strumento di espressione.
Il progetto musicale, di cui non era il leader, sebbene riscuotesse popolarità e successo, finiva per sembrargli un po’ riduttivo. A. continuava ad esprimersi in modo polimorfo con la danza, le arti grafiche e soprattutto attraverso la pittura che con l’andare del tempo era diventata sempre più personale e vivace a dispetto di un modo di porsi che gli aveva fatto valere l’appellativo di ‘Crepuscolare’.
Un’esplosione di colori in un’espressione fumettistica pop con soggetti che interagivano con lo spazio circostante, una mano felice e stranamente ben definita con contorni precisi e netti, paesaggi urbani riproposti in modo psichedelico, grandi stazioni ferroviarie, squarci di case, tetti e ponti e poi sempre loro, quelle presenze di donne ritratte, le donne che aveva avuto che lo avevano attraversato. Donne come Veneri del Botticelli o che apparivano in sogno durante operazioni chirurgiche, spesso con corpi formosi seni sodi e tacchi alti, presenze più cyborg che reali, ma pur sempre vitali che ridevano scomposte o che giacevano languide. Un occhio esterno su vicende sentimentali riassunte in pochi tratti, il tradimento, la fine di un affetto, le incomprensioni a dimostrazione che queste tematiche sulle quali spesso sorvolava con noncuranza erano presenti nel suo immaginario.
postato da biancalaura, 14:00 | link | commenti
mercoledì, aprile 11, 2007
NON INFANZIA
A differenza di me A. proveniva da una famiglia protetta e serena che lo aveva apprezzato e sostenuto nelle sue inclinazioni artistiche crescendolo spensierato, giocoso e chiaro di capelli.
I genitori erano persone di buon senso che nel dopo guerra si erano messe l’arte sotto ai piedi per darsi da fare nel migliore dei modi; ogni tanto il padre si sedeva davanti ad un organo da chiesa ricordando gli accordi appresi in un collegio mentre la madre si divertiva a dipingere qualche acquarello ma l’impegno di tirare su quei tre figlioli era troppo per perdere tempo con quegli svaghi.
Mosso da mille pulsioni da bambino era bersaglio di centinaia di stimoli esterni che si manifestavano e trasformavano in svariate forme senza concentrarsi in una unica definita.
Irrequieto ma solare sognava di avere ali ai piedi con le quali volare camminando ad un metro e mezzo da terra e così suo padre assecondandolo gli aveva comprato un paio di pattini. Il bambino biondo canterino e curioso si era messo a volare disegnando con il corpo cerchi perfetti e concentrici nella pista da pattinaggio i cerchi che con le unghie anni più tardi avrei disegnato sulla sua pelle.
Quando le linee sulla pista non bastarono più prese carta e matite e iniziò a far vivere le sue fantasie sui fogli. Così corpo e mente si sarebbero uniti in un unico sforzo comune.
L’insofferenza agli schemi rigidi che vigevano in quella famiglia di ragionieri operosi iniziò verso l’adolescenza. Il giovane A. fece di sé e del suo aspetto il simbolo di questa ribellione adottando abbigliamenti e comportamenti eccentrici. Era ovvio che presto o tardi avvenisse uno scontro con l’autorità paterna. Al contrario di quel padre dall’atteggiamento rigido A. femmineamente si lasciava attraversare senza regole da ogni emozione senza calcolo né disciplina alcuna. La musica infine, magma sotterraneo ma mai incanalato correttamente, lo aveva travolto come un ombrello che si trova inutilmente a contrastare una tempesta di pioggia e vento, una pulsione vitale troppo forte e impetuosa alla quale non avrebbe mai potuto sottrarsi.
postato da biancalaura, 13:00 | link | commenti
giovedì, aprile 05, 2007
UN BUCO IN BOCCA
Bene, ha colpito, mi dicevo e ora che si fa?
Di quel corpo, dalla magrezza siderale che questo Mastergeisha si portava dietro come un abito appeso ad una gruccia non sapevo niente. Le mie dita non l’avevano mai toccato e le mie labbra non avevano neppure sigillato le sue. Tantomeno sapevo qualcosa della sua pelle. Esplorandola avrei trovato tatuaggi? Asticelle metalliche conficcate nella carne?A parte quella sul naso ce n’erano altre? Sulla pancia?Sui capezzoli?Sul pene?Avrei trovato cicatrici?Polsi segnati?Fori di proiettili? Di siringhe? Bulloni chirurgici?Abrasioni? Punti di sutura?Qualche mese prima io mi ero fatta perforare la lingua.
Mi ero sottoposta a quella prova di coraggio il 13 dicembre, prima che i miei genitori porgendomi amorevolmente una fetta di panettone candito si potessero accorgere che la loro figlia single dall’identità birichina che tanti anni prima aveva fatto le valigie andandosene da casa, magrolina pulita e soldatina in realtà aveva in bocca il segno della violenza contro se stessa.
Questo buco inumano che mi ero fatta sulla lingua serviva a punire la stessa per aver sempre parlato ed espresso il mio pensiero, per aver detto sempre la verità, per non aver taciuto o per averlo fatto quando non dovevo e soprattutto per aver cantato o per aver desiderato di farlo.
Volevo che il mio addio alla musica fosse segnato sul mio corpo in modo che fosse evidente, che costituisse parte di un’uniforme un segno di riconoscimento, il marchio delle streghe, degli ebrei deportati, degli indiani d’America, dei segnati da Dio, degli untori, di qualsiasi appartenente ad una tribù.
Nel 1995 a Londra avevo perforato l’ombelico e quella permanenza o fuga in Inghilterra aveva segnato un passo decisivo e importante verso il primo consapevole distacco.
Il giorno di Santa Lucia, la santa che nel sacrifico estremo preferì farsi cavare gli occhi piuttosto che rinnegare la propria fede, io mi ero fatta bucare la lingua.
Queste immagini del martirio cristiano piene di passione mi avevano sempre attirato esercitando su di me un fascino ambiguo fatto di repulsione e ribrezzo ma di forte moto interno, da sempre ne ammiravo il coraggio la fierezza, la capacità di sopportare con alterigia le prove più difficili, la carne trafitta, il fuoco, le belve nelle arene. Era il 13 dicembre. Immaginavo uno sketch ambientato in una cucina di pino svedese e tovagliette a ricamini tirolesi: “Cosa ti ha portato S. Lucia mia cara?” Un buco in bocca.
postato da biancalaura, 08:25 | link | commenti
lunedì, aprile 02, 2007
spiccata inclinazione dark
“Avevi ragione tu questo balsamo è molto buono e stamattina ho capelli di seta.
Non so se svegliarti. Ti ringrazio per esserti preso cura di me in modo amorevole. Non mi sorprende che la tua maglietta mi vada a pennello. Spero di non aver tradito le tue aspettative e che il nostro incontro non sia stato per te una delusione. Avrei desiderato desiderarti ma non mi è facile.
Ho solo immaginato di fare l’amore con te e riprenderci con la telecamera. Ho dormito poche ore, ho le occhiaie e la pelle tesa vado via ma mi sento più bella. “
‘Sei bella’ mi aveva detto al nostro primo incontro
‘Mi sento più bella’ avevo scarabocchiato a biro su un foglietto.
Ora, a distanza di tanto tempo, a mente fredda mi rendevo conto che la chiave di lettura di quella storia era contenuta in un unico e semplice concetto primitivo ma assolutamente inopinabile che corrispondeva alla necessità primordiale dell’essere umano di essere amato e accettato. Gli occhi grigi del neonato che fissano quelli sorridenti della madre che porge un seno gonfio di latte e crema. Uno stato nascente e drogante. ‘Sei bella’ mi aveva detto e anche se sdegnosa e scontrosa avevo snobbato quel latin lover gotico tuttavia ‘mi sento bella’ era stata la risposta inattesa anche per me stessa.
Il miracolo nella sua semplicità era avvenuto. A. , involontariamente, era riuscito laddove tanti non avevano neppure avuto accesso trasmettendomi una sensazione, una sua opinione, un’idea trovando uno spiraglio sottile, una fessura minuscola, la crepa di un muro, il mio, impenetrabile minuziosamente costruito da una prevenzione insolente, una sfiducia opprimente, pasticche rasserenanti, distanze rassicuranti, un lutto dal dolore divorante e da una ipersensibilità che come una malattia, mi succhiava l’anima.
La capacità di vedersi con gli occhi dell’altro, di sentirsi come l’altro ti sente di percepirsi unici e speciali e non deformi mutilati ammaccati o danneggiati. Non sentirsi storti, sporchi, strambi sghembi e comunque alleviare questa ansia interna che ci accomuna tutti quanti, nessuno escluso, perché siamo tutti figli della stessa storia, degli stessi soprusi, delle stesse frustrazioni e tristezze. Dopo aver sezionato ogni parola e guardato a rallentatore ogni scena scrutando al microscopio ogni emozione ero lì. L’autopsia anticipata di un inizio di amore ad essere più precisi una vivisezione dei sentimenti in tempo reale. In definitiva non avevamo entrambi confessato una spiccata inclinazione dark?
postato da biancalaura, 08:37 | link | commenti
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