[bianca]
>una vita trasparente<
 



lunedì, febbraio 26, 2007

THE KILLER IN ME IS THE KILLER IN YOU

Riguardando il filmato che ci  vedeva protagonisti  dentro quel cesso dell’ex manicomio di Collegno  capivo che una forte attrattiva si era impossessata di noi. Come magnete e metallo ferro e incudine. Ci eravamo riconosciuti e mi ronzava la voce di Billy Corgan ‘the killer in me is the killer in you’ .  Davanti all’obiettivo avevamo parlato dondolando i nostri corpi finendo quasi per confonderli. Lui stava davanti e nascondeva interamente me poi come due serpentelli ci annodavamo in passi di danza contemporanea senza mai toccarci.

‘E’ necessario riprendersi….hai mai pensato come sei vista dalla nuca?’

Ci domandavamo quali tratti del mio viso assomigliassero davvero ai suoi, oppure fermi  in piedi ruotando lentamente il busto dando vita ad un movimento al rallenti come già presagissimo che presto ci saremmo trovati nella laguna e che lì avremmo perso l’equilibrio  e che dopo la vita non sarebbe più stata la stessa.

 

caffè. quanto zucchero?cena.  mangiamo insieme? notte.  vuoi  fermarti da me stasera?

Mascheri la tua proposta da favore  disinteressato  non rispondo subito e attendo:  la follia, la cura,   la morte, il senso di colpa,  l’arte,  la musica  infine la sessualità non tralasciamo nulla come lingue che nell’amplesso esplorano ogni piega  segreta ogni apertura ogni chiusura. stiamo già scopando. senza neppure esserci mai toccati nel parlarne lo stiamo già facendo. sono master   ci tieni a farmi sapere  io non sono slave  ti rispondo   sprechi tante energie per cercare di convincertene e tenti  di farlo credere anche me  e non ti accorgi che non mi interessa  io sono solo vedova bambino non hai bisogno di costruzioni non so niente so solo che un  vero master  non si avvicina mai  ad una come me. con  la telecamera io riprendo te tu riprendi me. filmarsi è prendersi e riprendersi è già possedersi  e parliamo a lungo   di noi  fondiamo il nostro nero dopo averlo fatto col l’azzurro mi chiedo quale sarà il prossimo colore.  Sei master dunque ora capisco, guardo sulle mie braccia i lividi che mi hai procurato prima,   sono kim novak in tailleur grigio sulle scale del piano di sopra vertiginosamente   ti vedo cerco di evitarti mi sei dietro affretto il passo e salgo sempre più in alto velocemente, i capelli impazziti schizzano via dalla crocchia e si sciolgono   porto tacchi alti bianchi  sui quali traballo  mi fai  inciampare mi sei sopra con una mano mi tappi bocca e naso,  mi schiacci con un ginocchio tra i gradini e mi ammanetti alla ringhiera della rampa, il volume del concerto è tanto assordante che nessuno può sentirmi sono master mi dici e io terrorizzata scoppio in una risata isterica e fragorosa mi  strappi quel velo di slip che indosso  e mi scopi isterico, sbatto ripetutamente  la testa la nuca le spalle  contro la ringhiera il marmo appuntito si conficca nella schiena ma io non sento  niente   rido  non ci posso fare nulla  tossisco per il gran ridere,  sarai pure master ma a  me viene da ridere, eiaculi goffamente   erase rewind

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giovedì, febbraio 22, 2007

Questo qua deve morire

Qualche giorno dopo il nostro primo  incontro A. ed io ci ritrovammo  ad un festival rock  che si teneva nel parco di un ex manicomio a Torino. Sono sempre stata attratta dai bagni, dalle dimensioni dal  colore di certe  mattonelle e dalla disposizione degli specchi e dei sanitari.  Non avevo bisogno di intervistarlo nuovamente  così dopo esserci salutati gli chiesi di seguirmi.

‘Non sei venuta l’altra sera’ mi accolse

‘Vieni con me in bagno  ci  sono magnifiche piastrelle’ gli dissi.

Appoggiammo la telecamera sul davanzale e iniziammo a raccontarci come se ci trovassimo nel salotto più accogliente..

 

non indosso  neppure una gonna   non sei venuta l’altra sera dentro ad un bagno con splendide piastrelle rettangolari   fissiamo l’obiettivo di una telecamera appoggiata sul davanzale e ci parliamo osservandoci tramite il display.  non riusciamo a sostenere una comunicazione frontale mettere gli occhi di uno dentro quelli dell’altra  frullando  le tonalità delle nostre pupille esse si  annienterebbero le mattonelle dietro di noi  sono anch’esse azzurre accidenti non sono  vestita di rosso chissà  l’effetto ma  qualcuno di noi due potrebbe però sempre sanguinare:  già perché io sono il coltello e mi immergo in profondità squarcio  i pensieri  opero come un chirurgo sui nervi più dolorosi  non opponi resistenza ti fai regalo e ti porgi a me ti doni  ti dai e amichevolmente cedi  se sono maschio sarei cazzo se  tu sei donna saresti fica e mi  ti  offriresti ti apriresti voluttuosamente a me. Allora decido che sono io a fotterti e ti penetro con il dildo che tengo in  borsetta trovo il modo di filmarti  mentre mi chiedi ansimando  di amarti fino a martedì.   ogni volta che  mi eccita  penso ‘questo qua deve morire’ erase rewind.

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giovedì, febbraio 15, 2007

ERASE REWIND

L’agnello di Dio che sentiva dirsi ‘sei bella’ da quel seduttore crepuscolare  non avrebbe mai pensato che  dopo poco più di un mese ci saremmo persi nella Calle degli Assassini nella  laguna e  che  due giorni dopo ci saremmo visti a Torino e che la notte stessa  avrei trovato posto nel suo letto. Per me dormire al fianco di qualcuno era un’esperienza molto intima dal  significato profondissimo. Immaginavo di essere uno strano  angelo chiamato a vegliare sulla persona che giaceva con me proteggendola dai suoi incubi  proprio  come era descritto in quel libro di Banana Yoshimoto.  Nel letto riscaldato dalla presenza dell’altro in quel tepore rassicurante provavo un intenso brivido di piacere e pensavo ‘questo è  Dio  questa meravigliosa ondata di benessere è Dio’. Adagiata la testa  sul cuscino  scivolavo lenta in uno stato di  pensieri sempre più scollati  dal reale. A volte  rallentati e molli a volte veloci  e ossessivi,   a tratti concentrici. Martellavano la fronte o di lato la vena azzurrognola  sulla tempia. Le mie fantasie entravano sottili strisciando dentro le narici e  venivano soffiate dentro le orecchie da folletti scugnizzi con occhi rovesciati all’indietro e bocche birichine e ridenti  con angoli all’insù.

 

piove così tanto che siamo prigionieri di un manicomio a Torino ci rivediamo mi saluti piacevolmente sorpreso di ritrovarmi  ti faccio cenno e mi dirigo  in bagno la tensione è così forte che non riusciamo a mediare ci guardiamo a lungo  toccandoci mi spingi contro la porta mi sollevi una gamba penetrandomi  in piedi infine ti asciughi sulla mia gonna esci mi pulisco tra le cosce  ti dilegui passano le ore  qualche frase di circostanza un  buffetto sulla guancia prima di andartene rewind erase rewind

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martedì, febbraio 06, 2007

LO SPETTACOLO DEVE CONTINUARE

‘Quel giorno  ti ho desiderata tantissimo’ A. mi aveva rivelato mesi dopo parlando di quel nostro primo incontro.

‘Io no invece, non ne ero stata capace’

‘Ricordo che c’era il tramonto e tu indossavi scarpe rosse tempestate di brillantini, sai ne ho un paio così anche io’. Non avevo provato alcuna emozione particolare anzi ero rimasta fredda e impassibile come se avessi messo la telecamera in stand-by. Prevenuta e diffidente non mi ero fatta intaccare  dai suoi complimenti. Non mi andava di avere a che fare con gente del mondo dello spettacolo.  L’esperienza avuta in passato era stata sufficiente perché mi rendessi conto che l’ambiente dello show business non aiutava certo le persone che lo popolavano a evolversi umanamente e che anzi al contrario accentuava  e sviluppava  insopportabili bassezze umane.  

Qualche tempo prima  di incontrare A. ero stata  con una persona che, immediatamente dopo aver ottenuto un certo successo in campo musicale, aveva perso il contatto con la realtà,  finendo per lasciarmi addosso un disgusto  che non avevo dimenticato facilmente.

Se mi avessero chiesto quali, a mio dire,  erano stati i motivi del suo declino artistico e come mai,  il suo ultimo disco non aveva venduto neanche una copia con semplicità avrei risposto: ‘perché è brutto’

Ed era brutto quanto lui e lui era brutto fuori quanto lo era dentro.

Era così brutto che non sapevo da che lato guardarlo tanto che per  affrontarlo dovevo ubriacarmi.

Era così brutto insolente  e ignorante  che  già una di queste cose in quella  dose era sufficiente.

Era stupefacente il modo in cui riuscisse a trattarmi male, rimanevo attonita sebbene non gli avessi fatto niente era sempre gratuitamente aggressivo con me. Non riusciva neppure a ferirmi. Quello che più mi faceva incazzare era l’inverosimiglianza dei suoi testi piagnucolosi nel raccontare storie di donne che lo avevano tradito e abbandonato.

 

Tutte le volte era una sfida per me vedere fino a che punto poteva arrivare. Trattenevo il respiro e affrontavo la mia  prova di coraggio. Lo chiamavo   ed era presuntuoso e pieno di sé.

Non aveva mai accettato alcun consiglio,  né tantomeno  mi aveva dato retta. Di recente al telefono aveva pigolato che non stava bene, che le cose gli  stavano  andando male, che nessuno se lo filava più. Nel sentire quello che diceva non avevo provato nulla. ‘Ho un concerto a Firenze vieni?’ Avevo risposto di no. Il suo disco non aveva  venduto neanche una copia, il suo management non gli faceva  più neanche da ufficio stampa. L’avevano abbandonato tutti. Finito.  Da tempo  aspettavo che succedesse perché ciò che aveva avuto non lo meritava affatto e perciò era destinato a finire. Non ne era all’altezza né  artisticamente nè umanamente. Fingeva umiltà ed era solo brutto e presuntuoso come solo gli ignoranti  possono essere. “Quelli come te hanno le gambette corte” dicevo tra i denti sibilando come un serpente ogni volta che mettevo giù il telefono. Vedendolo affogare gli avrei lanciato un salvagente bucato.

Ora non sapeva  che spettacolo per me rimanere affacciata alla finestra a osservarlo. Lo spettacolo nello spettacolo.

postato da biancalaura, 08:42 | link | commenti (3)