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mercoledì, gennaio 31, 2007
Sembrava equivalere ad ‘uno’ ma era solo ‘zero’
In quel “sei bella” c’era la storia dei millenni, dell’incanto tra i due sessi opposti, del mistero dell’attrazione e delle sue regole. Un enigma che da sempre mi sfugge e non riesce a riguardami fino in fondo perché in quel relazionarsi maschio-femmina, io il più delle volte restavo malamente a lato o ne entravo di striscio, in modo maldestro e trasversale come un bacio dato di sghembo che vuol essere sulla guancia ma sfugge verso la bocca. Quell’essere lunare con le mani di forbice che possedeva il pallore degli amanti, aveva negli occhi, in quelle finestre spalancate sul viso, due schermi che traducevano l’enigma delle mie incessanti domande, all’auto-voyerismo che mi ossessionava rispondendo ai mie dubbi con due semplici parole ‘sei bella’ e non importava cosa-come-quanto-il maschile-il femminile-il definito e l’impenetrabile. Gli agnelli finalmente smettevano di piangere per qualche istante. Non so cosa avesse colpito là dove il software era più debole e l’hard disk meno protetto sprigionando questo spontaneo sovraccarico sensoriale. Forse un dettaglio, un tono della voce, l’abbinamento di certi colori, la nuance di uno smalto per unghie, una cicatrice su una guancia, un profumo, una smorfia, il gancio di una collana, la fantasia di un tessuto e il suo fruscio, la vena azzurrognola che attraversa la tempia in diagonale, un colpo di tosse per schiarire la voce, lo sbattere delle ciglia, il moto involontario dell’inghiottire la saliva, l’asciugarsi il sudore con le dita, un incisivo non perfettamente allineato tra i denti.
Non ce lo siamo mai detti.
‘Ciao, ci vediamo dopo…a stasera’ ci salutammo con dei convenevoli di circostanza e di fatti la sera io andai a vedere il suo concerto ma il mio pudore o senso della distanza non mi permise di desiderare di verificare l’essenza di quella frase. L’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo non mi permise quello di vanità.
L’agnello che dentro me grida piange e si dispera a quel complimento non aveva creduto.
Questo fu il mio primo incontro con A.
‘A.’ non esisteva.
‘A.’ non era mai esistito.
Sebbene sembrasse l’inizio di qualcosa di un elenco o il primo dei punti sommari di un concetto lungo da enunciare in realtà non lo era affatto. A. non c’era. ‘A.’ davanti ad un aggettivo ne indicava il suo opposto, la mancanza della sua stessa essenza. A. poteva indicarne l’ inizio ma era anche la sua fine.
A. era assente. A. non era. Sembrava equivalere ad ‘uno’ ma era solo ‘zero’.
Per poter scrivere di noi ero costretta a pensarlo di frequente ed a cristallizzare i momenti insieme e solo in quel mentre riuscivo a sentirlo più presente. Il suo ricordo diventava forzato e insistente a tal punto da rendere infine la sua reale persona inutile. A. non esisteva era come un’esclamazione un rantolo un sospiro un lamento di dolore. E allora se A. non era mai esistito perché ero davanti allo specchio con ovatta in mano e un flacone di crema detergente a struccarmi e a pensarci? A osservare righe di mascara che colavano sulle guance come segni scuri lasciati da copertoni di ruote in frenata sulle autostrade?
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venerdì, gennaio 26, 2007
COMPLIMENTI PERCHè SEI BELLA
Quel pomeriggio la mia tensione era cresciuta anche perché sapevo che il cantante era noto per il comportamento ingestibile. La sua fama nelle cronache era aumentata da quando usciva con l’attrice più controversa del cinema italiano spostando inevitabilmente l’attenzione dal suo innegabile talento facendolo divenire un incredibile ‘poseur’ quasi una macchietta.
I rotocalchi si erano riempiti di foto di loro due nelle situazioni più azzardate e con le mise più eccentriche, addirittura alla radio nazionale due comici ne facevano le parodia.
Effettivamente guardandoli bene si somigliavano pure, stesso rossetto rosso, stesso pallore stesso modo di fare. Con mia sorpresa egli fu invece docile e gentile, sebbene lo avessi pregato di restare fermo durante l’intervista si fece inseguire con la telecamera in mano per prendersi gioco di me.
Esaurita l’intervista il manager mi invitò a rivolgere alcune domande al Crepuscolare. Da tempo nella mia vita correva questa barzelletta che mi conduceva a lui. Un mio spasimante, accanito fan di questa band, nel tentativo di sedurmi, sottolineò quella che a suo dire era la mia somiglianza con uno dei musicisti della band. Da allora questa cosa aveva fatto il giro di bocca in bocca a conferma della strana storia della mia vita: attorniata da maschi gay per finire con somigliare ad un uomo che si truccava da “donna” ma che gay non era tanto per creare maggior confusione. Eppure guardandolo bene tolti gli occhi grandi e chiari, le labbra sottili, un certo pallore, essere nati a due giorni di distanza uno dall’altra, qualche stage di danza contemporanea, avere il collo lungo, una fisionomia spigolosa, tenere nel ripiano del bagno lo stesso profumo seppur avendo parecchi dischi in comune niente altro sembrava farci somigliare. Gli spiegai che non sarei comparsa in video con lui limitandomi a fargli delle domande fuori campo.
‘Peccato…’ mormorò ‘hai occhi chiari staresti bene in video…’
‘Anche tu… se togli gli occhiali ti farò dei bei primi piani’
Composto rispose educatamente alle mie domande e ad intervista ultimata lo invitai a filmarci insieme coinvolgendolo a sua insaputa nel mio delirio voyeristico di riprendere tutto e immortalarmi, fantasia suprema, con il mio ipotetico replicante maschio. Era l’ unico artista al quale avessi chiesto una cosa simile e ad intrigarmi era stato questo gioco delle somiglianze e degli scambi di ruolo in un gender surfing eccitante.
Nel filmato io stringo un labbro tra i denti e il Crepuscolare trattiene un sorrisino mentre cerca il pulsante del ferma immagine.
‘Vediamo chi è l’originale e chi il sosia?’.
Prima di andarsene si rivolse a me:
‘Complimenti”
‘Per cosa?’
Gli unici complimenti che pensavo potesse indirizzarmi dovevano essere rivolti allo svolgimento della mia intervista, agli argomenti, forse alle domande, invece questo essere smilzo allampanato con le unghie dipinte male e un filo di barba che, vanitosamente, si preoccupava delle occhiaie mi rivolgeva un apprezzamento dei più semplici e immediati, il complimento classico da un uomo-uomo ad una donna-donna:
‘Complimenti perché sei bella’.
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lunedì, gennaio 22, 2007
Il pipistrello che da anni mi stava accovacciato sulle spalle
Verso le 18 mi presentai al luogo dell’appuntamento ma non c’era ancora nessuno. Salutai il tecnico luci che già conoscevo. Più tardi arrivò il gruppo da intervistare su una espace dai vetri neri, iniziai qualche ripresa e attesi pazientemente con Bobo parlottando di musica e sorseggiando un po’ della sua birra. Il luogo era inconsueto: ci trovavamo in piena campagna in un’arena deserta con gradinate di cemento, il sole non si decideva a calare e il vento portava l’eco di una qualche balera lì vicino.
Da musicista quale ero avevo avuto immediatamente interesse per questa band fin dal suo esordio pur non essendo mai stata una fan, mi rendevo conto di trovarmi davanti ad un fenomeno di ‘rottura’ di notevole impatto. Il cantante possedeva una delle personalità più marcate del mondo musicale: o lo amavi o lo detestavi visceralmente. A differenza di altre situazioni questa mi toccava da vicino ancora di più: il discografico della band era lo stesso che un anno prima a Milano aveva steso un tappeto rosso al mio arrivo ‘Signorina, il maestro illustrissimo mi ha parlato delle sue composizioni musicali ed effettivamente lei ha un gran talento’ mi aveva detto con falso ossequio e dopo qualche giorno ad uno spettacolo dello stesso gruppo mi aveva offerto un cocktail colorato e mentre flirtava con la mia amica con le cosce di fuori mi diceva passando dal ‘Lei’ al ‘Tu’
‘Non ti preoccupare Christiane tu sarai una nostra artista e presto farai un disco per noi’ Lo avrei investito con un tir e ci sarei ripassata su in retromarcia. Mi faceva ridere il fatto che nei suoi sproloqui artistici avesse indicato il nome del leader di questa band il possibile produttore artistico e ricordarlo mi dava un leggero malessere. Poi invece tutto era scivolato velocemente giù dalle tubature dello scarico delle fogne e l’industria discografica aveva finito per pugnalarmi atrocemente sotto la doccia come in Psycho. ‘Sorry my dear ma non vediamo il prodotto sai com’è’
Eppure l’avevo messo in conto. Era il pipistrello che da anni mi stava accovacciato sulle spalle. Ogni tanto cambiava lato ma rimaneva sempre lì. Era successo. Ero stata tradita. A mente lucida cercavo di fare un esame di coscienza e capire dove avessi sbagliato…forse non mi ero impegnata abbastanza forse avevo dato troppo o troppo poco, forse non era il momento, forse non ero pronta. Forse avrei dovuto essere più indulgente con me stessa e dire ‘avanti, non collezionare un altro senso di colpa, hai fatto tutto quanto potevi, non è andata perché non doveva andare’. Ora che fare? La sconfitta di un tradimento lascia una ferita troppo profonda e primordiale. C’è da ricominciare da capo. La terra si era aperta sotto i piedi ingoiandomi in una voragine, un torrente di lava mi aveva impietrita e non ero nemmeno riuscita a fuggire per tempo. Eppure me lo dicevo, lo dicevo io, ma queste cose comunque si prendono male, non importa l’età chi come e dove. Il tradimento è un omicidio. Ero agonizzante. Crivellata da colpi a raffica sparati da un killer in un film pulp. Smembrata gocciolavo interiora e sangue. Pigramente suicida cercavo di non pensarci, di non soffermarmi sul mio presente né tantomeno sul mio futuro.
Trascinavo la mente lontano rimuovendo quanto la musica mi avesse tradita. L’estate 2001 avevo deposto gli archetti del mio quartetto, tagliato ogni ponticello con la scrittura, staccato tutte le corde della composizione, chiuso il leggìo del canto e bevendo acqua cloro e seropram dimenticavo il mio amore perduto e la sconfitta della mia musica. In più come se la sorte mi beffasse ero incaricata di intervistare musicisti che, a differenza mia, si erano affermati.
postato da biancalaura, 13:02 | link | commenti (10)
martedì, gennaio 16, 2007
PRENDERSI E RIPRENDERSI
Il giorno che incontrai colui che poi io chiamai il Crepuscolare fu un giorno qualsiasi di luglio di quell’estate, la bella estate di ufficio acqua cloro sole seropram e telecamera digitale.
Mi piaceva mentre guidavo verso questi impegni filmarmi da sola facendo ad alta voce considerazioni personali. Capivo che riprendermi guidando era piuttosto pericoloso e cercavo di stare il più attenta possibile. Con lo stereo che trasmetteva a volume alto la psichedelia dei Sigur Ros immaginavo che, se disgraziatamente avessi avuto un incidente, l’obiettivo lo avrebbe ripreso dall’interno dell’abitacolo lasciando ai posteri un macabro ma fedele reperto. Di fatti se frenavo un po’ bruscamente la telecamera subiva violenti scossoni ma non mi curavo della raffinatezza dell’immagine o delle inquadrature, l’importante era fermare quegli istanti irripetibili e imprimerli per sempre, così non sarebbero scivolati via dalla memoria e avrei sconfitto il passare del tempo e forse anche la morte del ricordo. Possedevo uno strumento che mi affascinava sempre più e che aveva aperto uno squarcio nella mia mente. Io non mi ero mai filmata prima e non avevo la percezione di come mi si vedesse dall’esterno: da fuori si vedeva la mia iperattività cerebrale? Si notava molto che avevo duecento cinquanta milioni di anni? Li portavo bene? Si intuiva che ero scampata ai Lager Nazisti? Che sono una scassacazzo? Che sono una maestrina nazifemmina?O sembravo piuttosto un acerbo elfo dei boschi? Si vedeva sulla mia pelle il segno delle piaghe di Egitto?Si capiva che preferisco la coppetta al cono gelato? Il mare alla montagna? Rivedendomi ero stata colta da enorme sorpresa: non mi ero mai accorta che i miei occhi fossero così grandi e azzurri, io li avevo sempre interiorizzati come grigi e non particolarmente rilevanti. Un sopracciglio era di qualche millimetro più alto dell’altro e dava alla mia faccia una bizzarra asimmetria. Quando parlavo la mia bocca faceva una smorfia e il labbro superiore si arricciava in un buffo ghigno altezzoso.
I miei gesti le mie movenze e la mia postura erano tutt’altro che rigidi e marziali come li avvertivo anzi mi davano un aspetto femminile vagamente retrò. Sembravo proprio una ballerina in pensione. Mi rendevo conto di essere una personcina stretta piccola fragile con il collo lungo. Se mi filmavo con qualcuno al fianco le mie dimensioni ridotte venivano evidenziate maggiormente mentre io credevo di occupare molto spazio col mio corpo e mi percepivo grossa adulta e salda con testa e faccia grandi. Nel rivedermi scoprivo solo un fascio di nervi con tanti capelli, un mostro asessuato dall’espressione severa e pensosa.
postato da biancalaura, 08:35 | link | commenti (6)
giovedì, gennaio 11, 2007
ESTATE DI CLORO
L’estate del 2001 era stata di sole acqua cloro seropram ed immagini digitali.
Il mio amico Matteo che lavorava come art director per un canale televisivo di Bologna, mi chiamò per chiedermi una mano nel settore spettacolo. Certo della mia competenza musicale mi aveva consegnato una lista di artisti da intervistare e una telecamerina digitale dandomi due dritte circa il suo utilizzo.
Pigramente avevo accettato pur non rinunciando a trascorrere i pomeriggi di quella estate in piscina.
Entravo mi tuffavo e nuotavo a perdifiato per un’ora. Quando ero in acqua, sentivo il desiderio fortissimo di levarmi il costume: quei triangoli di nylon che mi fasciavano il seno e contenevano il pube mi infastidivano. Mi impedivano di essere serena e trasformarmi in una sirena.
D’inverno nella piscina, quando la maggior parte della gente andava via, mi toglievo il pezzo di sopra e nessuno si accorgeva di nulla. In acqua nell’anonimato della cuffia e degli occhiali il mio corpo non aveva più identità. Passavo ore e ore in cloro ossigeno e idrogeno.
Davo bracciate secche, lievi ma taglienti, fluide ma ben decise.
Il cloro mi schiariva i capelli facendomeli diventare verdastri.
Mi sarebbero cresciuti serpentelli d’acqua dolce che avrebbero fatto nidi tra i capelli e attinie tentacolate al posto dei seni. Ricci spinosi si sarebbero depositati sui miei occhi e un manto di alghe verdine vellutate e lisce sarebbe cresciuto sulla schiena e sulle braccia.
L’acqua avrebbe finito col calcificare il mio sesso facendolo diventare un minerale.
Se dentro le sue labbra fossero entrati minuscoli sedimenti marini si sarebbero trasformati lentamente in perle. Avrei partorito perle.
Oppure protuberanze simili a chele taglienti sarebbero spuntare ai lati del mio sesso...dai scherzo, lo sanno tutti che le sirene non hanno la vulva.
Con uno slip ridottissimo azzurro cielo comperato al reparto bimbi di Coin mi sdraiavo a leggere al fianco di Luca e fu così il caldo luglio di Dovstoevskij, di Griffi, di Bassani. Mangiavo la macedonia che mi aveva preparato e ridendo come due bimbetti parlavamo dei miei programmi per la sera, chi mi toccasse intervistare e cosa avessi intenzione di chiedere. Ce ne stavamo unti di crema desiderosi di sole da trattenere dentro le ossa il più possibile poiché essendo rettili durante l’inverno avevamo abbandonato la pelle scorticandocela con acidi e dopo la doverosa muta il nostro era sangue freddo: quello della salamandra e della lucertola.
Appena mi asciugavo tornavo a casa, mi preparavo, staccavo la spina del carica batterie della telecamera e partivo all’avventura. Con la mia auto non percorrevo mai tragitti più lunghi di 100 km e quasi tutte le sere era lo steso iter.
postato da biancalaura, 14:12 | link | commenti (3)
martedì, gennaio 09, 2007
A me non piacevano gli uomini più di quanto piacessero a lui...
Il giorno in cui il mio editore mi invitò a scrivere un romanzo rimasi un po’ sconcertata. Malfidente come sono pensai subito che non mi avrebbe mai pubblicata ma che me lo suggerisse solo mosso da un morboso voyeurismo nei confronti della mia persona. Sapere di me, di lui, segreti, codici di accesso all’intimità di qualcuno. Me lo immaginavo a tarda sera davanti ad un computer in un ufficio caustico e buio con qualche quadro astratto alla parete a leggere con avidità le mie parole.
“Perché anziché racconti non cerchi di scrivere un romanzo?’ mi aveva chiesto via e-mail.
Ma io non ero pronta. Non ero preparata ad una tale e reale possibilità di invasione del mio intimo, era come se decine di persone con occhi nasi e bocche immensi potessero spiarmi attraverso un vetro risultando deformi accalcandosi e ronzando come insetti.
I miei scritti appartenevano al nostro privato e se un ‘nostro’ di fatto non poteva esistere esisteva di sicuro un ‘mio’ e un ‘suo’ privato.
Fino ad allora ciò che era di noi veniva custodito gelosamente nei racconti, nelle lettere, nei metri di pellicola filmati, nei neuroni del cervello, nei polpastrelli delle dita, nella musica che avevamo ascoltato, nella retina delle pupille, nelle papille della lingua che conservano il ricordo del gusto.
Miele biscotti caffè sambuca sangue saliva seme succo di mele.
Nel luglio 2001, la stagione teatrale che mi aveva vista impegnata in qualità di danzatrice era terminata. La mattina lavoravo part time in uno studio legale e il pomeriggio raggiungevo Luca in piscina che stava sdraiato in bella mostra come una salamandra al sole con il suo tanga Gucci con la fibbietta sul fianco. Luca ed io ci conoscevamo da tempo ma da quando lavorava in piscina la nostra frequentazione era diventata ancora più assidua. Finito il turno della mattina si addormentava con il walkman acceso così quando arrivavo per fargli dispetto lo baciavo sulla bocca o di soppiatto gli leccavo un capezzolo oppure mi scoprivo il sesso per farlo rabbrividire di disgusto. Durante quei pomeriggi ricevevo le telefonate di Lorenz dal suo negozio di parrucchiere
‘Quando vieni a sistemarti quei capelli???Dai che ti faccio un colore come si deve…non ti andrebbe un biondo come avevi tre anni fa?’
‘Dai Lorenz, sono ormai una splendida trentenne, ho pure smesso con la musica, non posso andare in giro come la soubrette di una televisione privata’
‘Almeno un ramato…’ sospirava Lorenz. Niente da fare non riusciva a convincermi.
Spesso chiamava anche Dani dalla Francia e facevo così la mia scorta quotidiana di amore gay.
Dani ed io ci eravamo incontrati durante l’allestimento di una Traviata un paio di anni prima, lui cantava ed io ballavo. Ho una foto di me in quell’opera strizzata dentro un abito da Rossella O’Hara con una parrucca in testa che sembrava un gatto morto. Tra noi non fu amore a prima vista, tutt’altro.
Daniele era un esemplare maschile decisamente attraente.
A Daniele piacevano esemplari maschili decisamente attraenti.
Daniele era decisamente attratto da me. Io ho sempre attratto uomini
dall’identità decisamente traballante. Anche la mia di identità
decisamente traballava.
L’anno prima in teatro, pur lavorando insieme ci eravamo ignorati per mesi.
Poi ero partita per la Francia con lui. Passavano uomini
decisamente attraenti e lui non li guardava più di tanto.
Passavano uomini decisamente attraenti e io non li guardavo più di tanto.
Al mare io leggevo Gore Vidal, lui David Leavitt.
Poi io David Leavitt e lui Gore Vidal.
I libri li avevo comperati io. Entrambi gli autori amavano uomini. A Daniele prima piacevano le donne.
A me non sono mai piaciute le donne. A me non sono mai piaciuti neanche tanto gli uomini.
A me non piacevano gli uomini più di quanto piacessero a lui.
Quando eravamo insieme ci piacevamo a vicenda. Lui ed io eravamo un uomo e una donna trasversalmente.
L’uomo in me e la donna in lui si mescolavano. Daniele a volte commetteva errori e in questo rivelava quanto, nonostante tutto, fosse decisamente maschio. Per questo la nostra relazione era finita nonostante fossimo più uniti che mai e ci frequentassimo spessissimo..
Mentre andavo a nuotare capitava che Daniele si facesse sentire ..in definitiva era o non era quello che facevano i fidanzati?
postato da biancalaura, 18:28 | link | commenti (3)
mercoledì, gennaio 03, 2007
di sangue e di niente
(ovvero sanguemerda)
Alle nostre vite presiedono i due grandi leitmotif gemelli del XX secolo: sesso e paranoia….voyerismo, disgusto di sé, sono la base infantile dei nostri sogni e dei nostri desideri - questi mali della psiche sono ora culminati nella perdita più atroce del secolo: la morte del sentimento…
J. Ballard ‘Crash’ 1973
…Purtroppo a volte accadono fatti per cui non si può più tornare indietro. Per quanti sforzi si facciano, è impossibile azzerare tutto e ripartire da zero. Se in quel momento qualcosa è andato storto rimarrà per sempre così..’ Haruki Murakami ‘south of the border, west of the sun’ 1992
***ESTATE***
Ho mentito. Ora lo posso confessare. Ti scrivo per dirti che ti ho mentito…ti ho detto una bugia. In un foglietto strappato da un giornale e infilato in fretta dentro un libro affinché tu fossi colto da sorpresa nel trovarlo ti avevo scritto che eri un ottimo amante.
Indicativo presente ‘….sei un ottimo amante…’ un modo grammaticale che esprime assoluta certezza e che non ammette dubbi e un aggettivo formale e di valutazione scelto con scrupolosità.
Ma io in realtà ho mentito.
Ti ho scritto questa cosa per farti piacere, vederti andare via soddisfatto e contento, antico compito delle donne che da sempre fingono l’orgasmo per certi maschi che non si fanno poi troppe domande e voltandosi da un lato si godono un sonno da due lire. Avrei voluto dirti quello che pensavo e cioè che sentivo che tu eri un ottimo amante ma non lo potevo dire per certo. Di fretta avevo buttato giù due frasi mentre il tuo treno stava per partire e nella confusione non era facile la verità…mi vergognavo di svelarti che di quella notte a Venezia all’Hotel Leonardo non ricordavo molto. Anche ora non ho presente quelle ore, né il letto. Forse sì…uno spazio dove si erano consumate danza e arti marziali o riti magici, e sì ricordo; ricordo le zanzare… che eravamo svestiti, ma poco altro.
Ci eravamo baciati? E come era stato il contatto delle tue labbra sulle mie?Eri sprofondato subito dentro di me?Ora sì..mi chiamavi per nome, M.L. e ti ordinavo di non farlo.
Come lo avevamo fatto?Ero sopra di te?Le mie braccia avevano retto o si erano adagiate mollemente?Era stato tutto velocissimo o la percezione del tempo si era modificata per via dell’alcool?Ti chiamavo per nome?O era il nome di un altro quello che pronunciavo?Com’ero tra le tue braccia?Donna, uomo, puttana, vedova o bambino?
Ho il vago sentore di non essere stata nulla, semplicemente non ero. Te ne eri accorto? Avevi scoperto che invece della pelle avevo squame e nel lottare ti eri reso conto che avevo strisce di carne viva sulle costole?Avevi visto che erano branchie? Che gusto si prova a farsi centrare mentre ci si difende con muscoli tesi?
Non ricordo di aver goduto di te, avevamo fatto sesso in modo scomposto, lottando a lungo. Ne ero uscita sconfitta? Chi mi aveva vinta?La stanchezza, l’alcool, il piacere? Il peso del tuo corpo su di me? Ero ubriaca sprofondata nel materasso come se avesse avuto mille cuciture alle quali chiedere aiuto, mille nodi di lana ai quali aggrapparsi, mille pieghe dove nascondersi per poi finire sciolta come una medusa al sole. Ti avevo graffiato con le mie dita smaltate? Segni circolari orizzontali o scalfitture oblique? Era buio o c’era luce?Credo che ci fosse penombra. Non ero io non ero bianca figlia di un dio minore vedova bambino ma una bambola di pezza senza alcun volto dal collo spezzato su i cui fianchi avrai sbattuto distratto decine di volte. Ti avevo stretto tra le mie gambe muscolose o ero immobilizzata dalle tue braccia? Mi avevi baciato le ciglia? Erano cadute lacrime dagli occhi o schiuma dalla bocca?
Avevi visitato i miei seni con la lingua e in che lingua avevamo parlato?
Non ricordo, ero nuda, vestita? E tu? Avevi indossato i miei slip?
….la mattina dopo….
postato da biancalaura, 13:05 | link | commenti (4)
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