[bianca]
>una vita trasparente<
 



lunedì, novembre 28, 2005

L'OMINO CHE RIDE

Il mio amico Massimo, uno psicologo dalle cui elucubrazioni era meglio proteggersi, sosteneva che esiste un omino nero che, regolando il corso delle nostre esistenze, si diverte a giocare con le sorti intrecciandole e facendoci scherzetti. Certi incontri a suo dire erano frutto della volontà capricciosa e bontempona dell’omino che si impegnava a farci fare incontri strani che nel corso della vita sarebbero poi risultati determinanti se non addirittura fatali. Massimo diceva di averlo addirittura visto questo ometto; alto circa un metro vestito tutto di scuro con un buffo cappello a campana, si nascondeva dietro le porte, sotto i letti, negli androni delle scale e lo riconoscevi perché compariva in momenti delicati ridacchiando e facendo ciaociao con la manina. Non sorprende il fatto che Massimo da bambino avesse sofferto di allucinazioni. Con l’adolescenza queste tremende visioni erano svanite lasciando posto ad una personalità bizzarra perversa e fantasiosa. Nell’apprendere che la ex fidanzata di un mio ex fidanzato era stata con A. iniziai a considerare la teoria di Massimo con più serietà. Egli aveva inoltre formulato la teoria lustrica: ogni cinque anni l’omino che ride rideva più forte combinando ulteriori zingarate. Strane cose accadevano e solo nel frangente del loro succedersi egli si rendeva visibile silenzioso e beffardo....

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giovedì, novembre 03, 2005

666

 

Quando mi capitava inaspettatamente di vederlo, il tum tum del mio petto perdeva un battito: sessantacinque battiti al minuti, invece di 66 quanti erano i suoi anni. Anni di gloria, di soldi, titoli, di strette di mano, di conti neri e colletti bianchi, di primi della classe e primi in prima fila, di assegni staccati, di carte strisciate, anni di passaporto in mano, di donne belle e segrete e donne meno belle da sempre al fianco. Il tracollo, lo scandalo, i Giudici, le tangenti, le multe, i patteggiamenti, i pignoramenti, i provvedimenti. La malattia e la morte dell’amata moglie.
Quando arrivava in ufficio era sempre teso…portava fascicoli e documenti importanti.
Lo ricevevo chiusa nel mio ufficio coi capelli raccolti senza un filo di trucco, vestita di stracci maglie, sciarpe e piume d’oca per combattere il freddo sottolineavo con orgoglio la mia apparente scarsa avvenenza, mascherando con pannolenci umile la mia consapevolezza presuntuosa.
Nonostante fossi la persona meno coinvolta nella sua pratica, succedeva che mi invitasse ad unirmi a pranzo con gli avvocati dello studio e si preoccupava di versarmi da bere dimostrando di preferire la mia compagnia alla loro. Arrossivo timorosa di dire cose inopportune. Ero in imbarazzo: sempre vestita nel modo sbagliato, sempre in disordine, sempre nel momento peggiore. Mi osservava in silenzio e io domavo la mia rigidità diventando miele dolcetti fragola e gelsomino. Ricambiavo gli sguardi sbattendo lentamente le ciglia. Sapendo che lavoravo anche in teatro non mancava di interessarsene.
‘L’altra sera alla prima cercavo di riconoscerla sul palco, era quella che danzava in fondo a sinistra?’
Solo una volta avevo avuto la soddisfazione di farmi vedere vestita da donna con un abito nero mozzafiato e due tacchi da guerra coi capelli sciolti e un rossetto da mettersi gli occhiali da sole. Dopo la recita mi scaraventai nel foyer del teatro alla sua ricerca e lo incontrai con la sua compagna, una cinquantenne che saltava i fossi in lungo piuttosto che in largo. D’impulso lo avrei abbracciato ma rimasi a metà strada e gli accarezzai il viso salutandolo.
Non riuscivo ad abbozzare un invito oltre, il ruolo professionale che avevo al lavoro non me lo permetteva, non sapevo come comportarmi, uno così mi spiazzava e quel che maggiormente mi sorprendeva era l’interesse che avevo per lui.
Al rientro dalle ferie estive quando capitò in ufficio mi prese la mano baciandomela e mi sembrò il gesto di seduzione più sfacciato mai ricevuto. La perversione consisteva nel regalargli l’illusione di dolcezza perché mi piaceva, lo guardavo e lo desideravo intensamente volevo assaggiare un amore profumato di vecchiaia saggezza e morte, scoprire il corpo segnato e avvizzito e appoggiare la mia testa tra le sue gambe ascoltando in silenzio i racconti delle rughe e delle macchie brune. Senza bisogno di estenuanti prove di forza, perché sapevo che avrei vinto io. Proprio per questo permettermi di abbandonarmi e perdere.

postato da biancalaura, 14:23 | link | commenti (6)