LA COZMETIQUE
Ebbene trovo di sfruso solo un momento per inoltrarti questa mia rinchiusa nel forziere della ditta auswitz dove mi trovo. Nel mio piccolo lager sono sotto una massiccia fase di training e ne sto un po' uscendo pazza. Rimpiazzare la gente è così...namo fame tricche e tracche però devo dire che
dal punto di vista professionale qua è molto stimolante. Certo ci si fa un paiolo di mazzo de paura. Qua sono un po' nazisti e la sera invece di andare via ti organizzano i corsi di computer e lingue e guai a mancare. Ragione per la quale dopo il lavoro ho la palla al piede.
Mi aspetto che il lunedì ci sottopongano ad accurate indagini di tipo personale e ispezioni che neppure voglio immaginare. Per intenderci qua per la morte del santo padre non si è staccato neanche un secondo e altro che funerali in diretta come da voi.... La lui mi ha raccontato l'evento e già immaginavo Peliz in fase Ratzinger che celebrava alla finestra di Via Repubblica facendo un gigantesco gestaccio camuffato da espressione sacerdotale indirizzata al nostro avversario di sempre padre Scaccaglia declamando e dando a fondo ai ricordi di ginnasio e facendo l'OMELIA DELLE OMELIE, tra frasi in latino e frasi di libretti d'opera, tra un ora pro nobis e un rigoletto, morte tua vita mea, e una traviata.... Immaginavo la luisa e la katia come le due fedeli suore polacche alte un metro e venti sdentate stralocchie e con il neo peloso a biascicare rosari di fianco al celbrante, Giorgio nel ruolo consono del fido chirichetto, mentre lo zurlino..bhè per lui la mia immaginazione fatica, diciamo il giovane seminarista sinistroide e barricadero....molto chiacchierato per la sua avvenenza e le maldicenze che lo vedono colluso all'ala delle giovani casalinghe più fervide.
Nel ruolo della maddalena redenta vi lascio le opzioni della fantasia, dalla natascia incendiaria alla merly doppiogiochista alla natalia
strusciante...vedete vuoi. Sono le due al lager si ricomincia.
Io come dicevo via sms sono diventata la dea kalì (del Katai anzi del Katà per citare Peliz) e ho ormai otto mani per sbrigare tutto l'estero, tutto il mondo che mi tormenta.
Spero di avere una mano libera per passare, tirarvi le orecchie e ritirare qualche soldo (bianca braccina corta...)
dea kalì si ma otto braccine....
ciao volo.
***S.ONO COME S.UONO***
Questo treno è un treno menamerda’ dico a Carlotta che si volta dall’altra parte e continua a dormire. Siamo in viaggio verso Lecce. Stamane saranno state le 7.30 ascoltavo col walkman un vecchio nastro con su incise delle prove musicali vecchissime: cercavo di insegnare dei cori a quella piantagrane della Giselle che, nonostante fosse diplomata in violino, oltre a non fregargliene un cazzo di cantare con me, era particolarmente mal disposta verso l’intonazione.
Nel nastro provo e riprovo da sola,
poi da sola con Giselle,
da sola con S.,
S. e Giselle senza di me
e poi tutti insieme.
Le frasi venivano cantate e ricantate, frammenti di canzoni, brevi frasi e strofe e ritornelli ripetuti all’infinito fare in modo che come chiodi si piantassero nel cervello un allenamento costante duro e marziale che alla fine dava incredibili risultati. Funzionava davvero. Ancora oggi, a distanza di anni ricordo a memoria, senza l’ausilio di alcun strumento, la tonalità di canzoni che non ho mai più ricantato.
Il treno menamerda viaggia spedito verso Lecce, la carrozza dondola sulle rotaie e il movimento incoraggerebbe il sonno anche al più ipercinetico.
Sono nel dormiveglia con questo ipnotico sottofondo quando all’improvviso un cambio repentino nella selezione musicale mi fa spalancare gli occhi. Non è più una prova, sebbene in fondo la sia, ma è un pezzo eseguito da cima a fondo senza interruzione. A cantarlo siamo S. ed io. A farmi sgranare gli occhi è un suono che non riconosco che la mia mente, che nonostante gli occhi aperti, ancora assonnata non riesce a mettere a fuoco subito, esso è melodioso assomiglierebbe ad un clarinetto ma a volte è vellutato proprio come una viola. Certe note acute lo fanno sembrare una celesta, ma su certe note medio-alte vibra come un violoncello.
L’esecuzione procede come una sinusoide, un disegno pulito sul foglio un tratto sinuoso come certi schizzi che amava fare Jean Cocteau, oppure ricorda i disegni geometrici di Echer ma la mia mente fatica con le immagini eppure è un suono che dopotutto mi è famigliare ma non ricordo, non so dove cercare, in quale scompartimento della memoria frugare. Forse c’è un deposito per i ricordi smarriti.
Il treno oscilla e ricado nel sonno.
Da qualche parte, nel mio cervello io so che c’è un nome per quella vibrazione per quelle onde sonore che arrivano prepotenti dentro le mie orecchie, mi ricordo ora nella memoria il viaggio tra le immagini è terminato ed arriva ad una stazione con un cartello. C’è una ragazza bionda platino vestita interamente di bianco che me lo indica
‘Questa è la voce che avevi e che non hai più’ me lo sbatte davanti agli occhi con sguardo accigliato ma io sono senza lenti e non vedo bene devo strizzare le mie pupille ed è per questo che mi avvicino a tentoni e passo le dita sulle lettere come se stessi decifrando un alfabeto brail ed è così che mi pare di capire ‘questa è la voce che avevi e non hai più da quando l’uomo che hai amato è andato via‘
Da allora infatti io non ho mai più cantato allo stesso modo.
Tanto che fatico io stessa a riconoscermi.
***UNA PELLE SPLENDIDA***
Peccato non aver mai avuto una pelle splendida.
Da sempre tutto ciò che avrei voluto era una bella pelle.
‘Col tempo passerà’ mi dicevano e invece no.
Da anni, allo specchio sopporto la vista dei miei tratti irregolari, dei miei brufoli, delle lentiggini, delle cicatrici della varicella, quelle dell’acne, le occhiaie della carenza di sonno, le borse del pianto e non ultime ci si sono messe pure le rughe di espressione che incidono la fronte in due, tipico segno di chi pensa troppo e troppo spesso pensa male, di chi è irritabile, contorto e nervoso.
Come bel regalo una pelle rovinata con un solco in mezzo alla fronte quasi come se essa potesse aprirsi in due da un momento all’altro facendo fuoriuscire melma gommosa bollente e finalmente liberarsi come una seppia gigante che sputa fuori il nero nell’acqua.
Avere una pelle splendida…penso mentre raccolgo la biancheria dallo stenditoio.
Già, una pelle che non risenta di alcun eccesso, che non sia per niente lo specchio dell’anima né tantomeno la valvola di sfogo del fegato o la vile spia rivelatrice di campanelli d’allarme di qualche malessere…né il pallore della pressione bassa né il giallognolo di un’epatite niente rossore di peeling chimici troppo feroci niente livore dell’ipotermia né tantomeno grigiore dell’anemia.
Mentre scaldo il ferro da stiro ci penso. Verso un po’ d’acqua nel serbatoio e la faccia affonda in una nuvola di vapore. Mi aspetto che da un momento arrivi anche una fata più o meno turchina o un genio della lampada ad esaudire i miei desideri e invece niente…solo una stronza in tv che beve l’acqua panna e svolazzando mi dice che la sua pelle rosea si mantiene così solo ascoltando shock in my town… Sarebbe bello poter trasformare la mia pelle da irregolare e rugosa come questo tessuto stropicciato in un raso lucente come quello di questa gonna…fare scivolare il ferro sull’azzurro di questo vestito che a guardarlo bene mi sembra un vascello che saetta in un mare gonfio che al suo passaggio si rasserena, poter passare questa pressa bollente che appiattisce e annienta ogni piega ribelle e poter cancellare ogni difetto, esattamente come faccio con questo colletto, appiattire ogni occhiello, ogni impuntura, come l’orlo arricciato di questa mia scollatura e finalmente dondolare il ferro su una deliziosa seta fumante di vapore che finisce col commuovermi e farmi sognare a tal punto che è un momento per me tentare l’impossibile.
Rimango a trasognata le mie fantasie in uno stato di autoipnosi …è solo un attimo, fare come le mamme che saggiano la pappa dei bimbi versandosene un po’ sul polso, sarà troppo calda? Andrà bene? Come un gioco che si faceva da piccoli, col sassolino a mondo!!!Un-due-trè-oplà!!! E poi tentare anche con un piede solo!
Un-due-trè oplà
e vedere che effetto fa
se poi tanto male mi farà
basta un bacio e guarirà
canticchio tra me e appoggio così la piastra del ferro sul dorso della mano.
Il dolore impiega qualche secondo a farsi sentire lo spazio di tempo che la sensazione ridotta a informazione arrivi al cervello e poco dopo un bolla si solleva dalla pelle bruciando e dando calore. Infine passo la mano sotto l’acqua fredda.
L’indomani ho un’estesa crosta bruna e sottile. La guardo e riguardo osservando ogni giorno come si ritira lasciando intorno pelle nuova e rosea. Nei giorni seguenti il dorso della mia mano è oggetto di curiosità. Non la nascondo anzi, indosso bracciali e anelli proprio per attirare l’attenzione su di essa. Esibisco la mia scalfittura con eleganza come fosse un gioiello dei più preziosi di cui la gente ignora il valore. Cos’è ?Cos’hai fatto? Quando? Ma come è potuto succedere?
E ogni volta narro una storia diversa: cadendo con la motocicletta, ferita scalando un dirupo, facendo un impacco di bellezza all’acido muriatico, disputando un duello all’alba, aggredita l’altra notte, giocando a fare Giovanna d’Arco, inciampando su tacchi 15 la sera che batto, ma non vengo mai creduta.
Non mi vergogno di ammettere di provare una sorta di orgoglio nell’indossare la piaga sulla mano, mi sento rafforzata da questo segno questa cicatrice di chissà quale battaglia, un pugno dato ad un vetro, al volto di qualcuno, le nocche strisciate contro una parete di un muro camminando il giorno del suo compleanno, una bruciatura, una marchiatura, un tatuaggio di cui non ero convinta e che ho tentato di correggere, un angioma, una dermoabrasione, una voglia, la lebbra, una piaga da decubito, le stigmate di S. Francesco o il fuoco di S. Antonio.
A te non fa paura. Non vedevo l’ora di fartela vedere. Te la mostro con quella fierezza dei bambini che richiamano l’attenzione degli adulti e fanno tesoro delle conchiglie che hanno raccolto sulla sabbia col costumino da bagno messo male che tira da una parte scoprendo una fetta bianca di natica santa. Con la convinzione dei bimbi di avere un valore inestimabile da far vedere ai grandi ti tiro per il lembo della manica Con la stessa sfrontatezza ti prego di svelarmi il mistero del costato offeso dal tubicino che ha attraversato il tuo petto. Te lo chiedo con solennità scandendo le parole una ad una come se recitassi un editto un comandamento come se ti chiedessi una prova d’amore,
‘rivelati a me come le donne che in oriente dandosi al loro uomo tolgono il burka, come lo sposo che solleva il velo bianco alla sposa e la bacia dopo la funzione ora scopri il costato che ha sanguinato in odor di santità giura che ti mostrerai in salute ed in malattia, in opulenza ed in carestia”
Ti scosti i vestiti e osservo le tue ferite come se fossi S. Tommaso l’apostolo più scettico e incredula ci passo su le dita. Sul tuo fianco dove c’è la cicatrice la pelle è di poco più spessa e lucida. Le mie mani disegnano cerchi concentrici attorno ad essa indistinguibili spirali e la tua carne sotto le mie dita diventa sabbia, granelli che si sollevano e si perdono finendo sotto le mie unghie. Per questo vieni scosso da un fremito. In piedi nuda con tacchi altissimi reggo una flute di champagne.
Come in un rito liturgico ti porti la mia mano alle labbra e mi lecchi la ferita.
Il verbo si fa carne e sangue ossa pelle e cuore che pulsa e ride.
Bevo d’un fiato e getto il bicchiere all’indietro.
Il vetro si frantuma in schegge che rotolano per terra.
Il rito infine si compie. Finchè morte non ci separi.
Till death do us part.
***DAI FIANCHI IN GIU’***
La barista del locale si sporge dal bancone ed è bella, chiara di capelli e leggermente abbronzata, una pelle che d’estate unta di crema sta volentieri al sole dentro a bikini colorati non proprio azzeccati ma sfrontati e giocosi. Il sudore le dona al viso una sfumatura madreperlata. E’ ben truccata coi capelli raccolti ma che sapientemente ricadono giù in riccioli lunghi e furbi. Ciocche con le quali giocare, da attorcigliare alle dita mentre si succhiano cocktail molto alcolici e si regge una sigaretta sputando in alto cerchi di fumo.
Il reggiseno stringe un paio di tette sode che escono leggermente dalla canotta formando due montagnole che dondolano nel servire i clienti. E’ bella, non solo prepara da bere e ti sorride ma è pure bella. Il mio accompagnatore fa un commento sulla ragazza ma la musica sovrasta le voci, immagino si tratti di un complimento.
‘E’ molto carina, sì’ annuisco
‘Sì, però è bella fino all’ombelico, dalla vita in giù non mi piace’ continua il mio amante.
‘Ma ddai’ aggiungo solidale.
Certo ha i fianchi un po’ larghi ma nell’insieme è una ragazza attraente, appetitosa, allegra... ma lui continua.
‘Dai fianchi in giù non mi piace, sei più bella tu’ mi dice.
Questo complimento dovrebbe farmi piacere e invece mi apre una voragine quasi assassina. Traducendo il concetto in parole povere significa che il mio culo è più bello di quello della barista.
Il mio amante, che dubito abbia vinto concorsi di bellezza e tantomeno dubito ne abbia mai presidiato la giuria, si permette di fare apprezzamenti o dare giudizi sulle donne con occhio severo giudice e spietato e dentro mi sento terribilmente offesa. Mi sta dicendo che tra una e un’altra ha scelto me perché ho il culo più bello.
E se per disgrazia fossi nata con un culo che fa provincia?Non mi avrebbe neanche mai degnata di uno sguardo?
E se per malasorte il mio culo invece di essere quello che è fosse burroso cascante e triste come un budino di gelatina? Non so se riuscirei a sopravvivere agli sguardi schifati, ai bisbigli, ai contorcimenti per evitare di farmi vedere di spalle, ai pastrani coprenti, al nero tutto l’anno, al bikini blindato, alle maniglie dell’amore, alla pancia in dentro e petto in fuori, al maglione annodato sempre alla vita, alle gonne trapezio, insomma alla discriminazione che anche solo qualche centimetro in più può causare. Un brivido mi parte dalla nuca. Stasera accendo un cero a Sant’Angelica e al suo gel anticellulite. Oppure innalzo un tempio alla dea della tribù dei FanghiGuam.
Questo significa che il signorino al mio fianco se ne starebbe in un angolo con una sgallettata con due metri di coscia a dirle con voce suadente riferendosi a me ‘tra te e quella preferisco te non hai visto com’è dalla vita in giù’. Ma invece no per fortuna non è così.
Dovrei essere sollevata e sentirmi onorata di questo apprezzamento ma non so c’è qualcosa che non mi torna. In genere gli uomini si dividono tra gli appassionati del seno quelli delle gambe e quelli del didietro. Chiaramente a me quei pochi che si avvicinano lo fanno apprezzandomi soprattutto di spalle. E a tal proposito un mio fidanzatino, dopo una nottata di passione, cercandomi a tastoni nel letto nell’oscurità della stanza mi chiese ‘Bianca ma come sei messa davanti o di dietro?’ vale a dire che vista da una parte o dall’altra c’era ben poca differenza.
Eppure a me questo complimento non mi va’ a genio.
Noto che i miei amanti, e questo nella fattispecie, appoggiano le loro mani sul mio culo come per rassicurarsi della mia presenza come se cercassero sul mio corpo dei punti di riferimento. Quasi come se temessero la mia fuga o che la mia figura si possa dissolvere. Forse si spiega perchè essendo io piccola di statura ho un culo a portata di mano per cui una carezza o un buffetto lì è meno faticosa di un pat-pat sulla testa.
Sai quanto mi costa il culo sul quale ti piace appoggiare i palmi delle mani? Sai che sforzi per mantenere il mio sesè liscio sodo e in forma per quando quelli come te ci appoggiano su le manacce distrattamente ? Sai quante ore di ginnastica, nuoto, stretching, massaggi, creme, fanghi e rinunce?
Non ne hai la più pallida idea. E poi io non me ne sono mai andata in giro con le mie amiche a osservare il pacco tra le gambe degli uomini e a fare commenti su chi ce l’aveva come e quanto e teorizzando misure in 3d. Non l’ho mai fatto ed esigo che nessuno faccia questo con me.
Non ti permetto maschio di merda di rivolgerti a me in quel modo. Dovresti avere più rispetto.
Quelli come te dovrebbero pagare un prezzo per ogni interazione col mio prezioso culo. Dovrei infatti assoggettare il mio didietro ad un tariffario.
Una carezza? Con una mano? Con due? 10, 20 Euro. Una strusciata? 25 Euro e via discorrendo a meno che il mio compagno abbia da offrirmi una valida contropartita. Se la sua avvenenza è inferiore allo standard da me richiesto deve pagare. Se è conforme allora tutto gratis.
Certo, dovrebbe funzionare così. E niente sconti per non deprezzarsi.
Ma forse il mio accompagnatore voleva semplicemente farmi un complimento e dirmi ‘sì la barista è fica ma tu hai qualcosa in più insomma tu sei speciale ’ o cose del genere. Non capisco perchè abbia dovuto svalutare l'altra. O forse non tutte paranoie pippe mentali e questo voleva essere un innocuo complimento...
Guardo il mio amante che mi sorride bevendo e quando si sente ‘and I like you and I like you and I feel so bohemian like you’ viene a ballare con me.
Il pipistrello è sempre accovacciato piccolino piccolino in un angolo recondito della mia anima ma non ci penso, lascio da parte un momento il mio nazi-femminismo arrabbiato e ballo con lui.