[bianca]
>una vita trasparente<
 



martedì, marzo 22, 2005

Il vangelo secondo me
Il vangelo secondo matteo

Nel 2001 avevo preso la bella abitudine di piangere un giorno sì ed uno no.
Hai già pianto oggi?’ mi chiedeva Fabrizio il mio primo dio primo mentore non senza un certo sarcasmo
No, non ancora ma penso di farlo più tardi se non hai fretta ‘ rispondevo scheccando.
Già piangere un giorno sì ed uno no. Quasi fosse l'allenamento di uno sport olimpico. Avevo sempre le lacrime in tasca. Le tenevo dentro un sacchetto pronta ad indossarle al momento più adatto.
Ma non ne facevo un personal show business, piangevo in precisi momenti, seguendo un personale rituale, lo facevo durante o dopo la corsa, mentre guidavo e soprattutto, quando certe maledette canzoni spuntavano fuori sempre nei momenti meno prevedibili con tutto il loro cazzo di potere evocativo.
Passerà’ si diceva ‘il tempo di rinnovare interamente le cellule cerebrali, credimi è un processo fisiologico e poi si comincia a sentire meno’ diceva il mio amico che faceva il dottore.  Passava sti’ cazzi…io sentivo tutto ugualmente. Era il 2001 ed erano passati tre anni e io piangevo sempre.

Era Pasqua, quella che fu soprannominata la pasqua luminal quando depressa, infagottatata affogata in vino e entact 10 guardando la sfilza di premi vinti medaglie trofei coppe dentro le quali mettere il gled assorbiodori su mensole stracolme di oggetti trash in piazza Prampolini seduta con occhialoni a prendere caffè d’orzo Matteo mi disse ‘ma dai?vieni con me, partiamo subito’
Nessuno mi aveva mai parlato con tanta forza. Matteo aveva sette anni meno di me e io mi ero fatta convincere ‘perché no’ e poco dopo eravamo già in autostrada in un qualsiasi autogril a chiedere con la voce nicolettastrambelli ‘scusi ma noi ora dove siamo?’
A Firenze avevamo riso bevuto e riso, girato riso e bevuto, io mangiando luminal per strada lui qualche libro leggero leggero. La sera c’era freddo e io avevo indossato i vestiti della sorellina girando tachipsichica e nuovamente allegra ondeggiando da una piazza all’altra.
Matto Matteo indossava una riga di kajal sotto agli occhi e un pastrano in pelle lungo lungo che lo rendeva tenebroso per poi dire cose che mi facevano attorcigliare le budella dalle risate.
Avevamo lavorato ad un allestimento di Norma e sull’aria della soprano immobili come statue noi donne si faceva le ancelle e si sussurrava un ‘casta minkia’ per la lunga attesa.
Poi era venuto il Trovatore e si era riso per settimane sulla coreografia di ‘squilli echeggi’ con spade in metallo.
Matteo mi amava di un amore strano, dormivamo insieme a casa mia o a casa sua si prendeva cura di me, mi viziava e coccolava e ci intendevamo con uno sguardo. Un giorno era tornato da Firenze con una pianta di iucca alta un metro e mezzo per piantarmela in giardino. Ancora adesso quella pianta,  da me soprannominata il banano per ovvi motivi, fiorisce ad ogni buona stagione.
E sono state tante le avvenuture che seguirono quella pasqua luminal, i concerti dello zio franco a Firenze e a Carpi, l’intervista a Consoli Turci Gazzè a Bologna, noi si partiva telecamera nella borsa e via e niente ci poteva fermare.
Strani amori quelli tra donne come me e uomini come lui, impenetrabili giochi ad incastro che non riescono perché non possono riuscire, Matteo che amava gli uomini ed io che, pur non amando le donne, non amavo neanche tanto gli uomini.
Amori che scaldavano, i piedi la notte e le colazioni imbandite da portare a letto.
Amori davvero trasversali e unici che nessuno può comprendere che saziano per un momento antiche necessità primordiali di mammabuona e che nutrono fantasie di papà più accessibili e meno autoritari.
Nel 2001 anni fa era Matteo a dormire al mio fianco la notte o io di fianco al suo.
Conscia di come la cosa fosse destinata a cambiare e a deteriorarsi perché più esperta e più sapiente un giorno lo trattenni a fianco a me che respirava un po’in affanno e gli dissi ‘shhhh, io voglio difendere questo momento’. Ed era teatro nella vita e la vita nel teatro.
Poi non ne abbiamo parlato più.  Per pudore credo, perché poi ci siamo lasciati e poi ripresi, amati e poi lasciati, sostituiti rimpiazzati ripresi, ricombinati, scambiati, cambiati, squartati, ripezzati, non lo dice Matteo seduto al mio fianco in silenzio a vivere la magia e le illusioni di Sunflowermoon ma sono certa che di quella frase nel cuore della notte se lo ricorda ancora ‘voglio difendere questo momento’ non ce lo diciamo ma io so che se lo ricorda ancora.

postato da biancalaura, 09:23 | link | commenti (26)

venerdì, marzo 11, 2005

MANUELA (II Parte)

Ora un po’ alticcia teneva gli occhi socchiusi e la testa lievemente inclinata.
‘Dai raccontami quando hai conosciuto Bruce Springsteen quella volta  a San Siro’
Già, la intortavo con i miei trascorsi musicali modestissimi ma che saputi raccontare a regola d’arte diventavano il back ground credibile di una figura immortale nelle fantasie di certe donne: il vissuto rocker maledetto ma dal cuore di burro, un archetipo presentissimo negli harmony o nelle telenovelas, una pura costruzione per le perversioni femminili, il macho tenero come un gattino.

Fasciandosi i due cotechini dentro quei sandaletti come neppure un’equilibrista pronta a spezzarsi una caviglia e a coprirsi di ridicolo aveva dimostrato di aver vestito gli splendidi panni della vittima, si era immolata e innalzata a figura di agnello sacrificale. Manuela era ai miei piedi e avrebbe fatto tutto per me.
Pure convincere il padre a farmi dare dall’assessorato delle politiche giovanili una discreta somma per l’organizzazione dell’evento rock che ogni anno si teneva in Piazza Prampolini che mi avrebbe permesso di saldare il debito con la banca e di metterne da parte un po’ per fare finalmente  il disco del grande ritorno.

Avevo tutto pronto, per l’esattezza i pezzi di sempre questa volta riarrangiati in una versione più rock insomma contaminando anche con nuove sonorità sperimentali esattamente come andava di moda adesso, avrei usato solamente il computer e la banca data di suoni campionati che avevo per poter buttare giù i miei pezzi in maniera da non dover smenare del prezioso denaro in musicisti turnisti della malora.
Con te all’aurora’ prevedeva un arrangiamento imponente tipo orchestra sul finale che fa sempre effetto e magari si prestava a qualche festival più melodico e poi avevo cercato di lavorare sui testi in modo di creare slogan o neologismi che avrebbero potuto colpire anche un pubblico più giovanile.
Certo, 37 anni non erano tanti ho capito, sulla piazza c’erano personaggi come I La Crus,  Manuel Agnelli i Csi Gazzè che certo non erano dei virgulti ma mentre loro avevano una discografia completa alle spalle io potevo vantarmi sono della pubblicazione di un ep house fatto con quel mio amico di modena che conosceva il diggei di milano etc etc e bla bla. Cazzo per me poi era un disco bello e innovativo, negli anni seguenti secondo me era capitato alle orecchie giuste perché poi tutti gli altri che sono venuti dopo hanno fatto più o meno le cose che ho fatto io. Questa ragazzi si chiama intuizione, fiuto, genio musicale, non tutti ce lo potevano avere, certo, sì insomma, io ero troppo avanti coi tempi. ..


postato da biancalaura, 13:20 | link | commenti (19)

venerdì, marzo 04, 2005

MANUELA

Manuela era un cesso, più di  un cesso, un cesso sbeccato. A cena seduta di fronte  mi parlava succhiando con quella bocca vogliosa gli spaghetti al sugo. Hai visto che mi sono messa i sandali che ti piacciono tanto’ mi disse con fare allusivo e io in tutta risposta ho pensai che era meglio che nascondesse quelle due gambe intrombonate e che allungasse gli orli e alzasse gli scolli ma invece mi toccava  la pantomima del seduttore e rispondere a mia volta ‘ah bene’  e allungare una gamba sotto al tavolo e sfiorarle il ginocchio in segno di intesa. 

Avvertivo un fortissimo disagio quando ero con lei e sentivo come il desiderio di giustificarmi con tutti, coi passanti coi camerieri e spiegare loro che  l’unico motivo per cui avevo al fianco un simile rutto di donna  era solo e unicamente perché suo padre era il sindaco di XXX Ero stato fortunato, Manuela che da sempre era conscia dei suoi limiti,  vantava poche lecite  pretese, che facessi quello che gli amanti fanno, portarla fuori, qualche telefonatina, che la scopassi ogni tanto e che le vendessi un sogno da due lire  facendola sentire una bella ragazza invece dello sgorbio che era. 

Non chiedeva tanto altro ed era stata presto  accontentata anche perché   a dire il vero non si può dire che ci fosse la fila di corteggiatori ad aspettarla sotto casa. Manuela era una borghesona paesana cresciuta biascicando rosari ma divorando harmony che ancora adesso teneva impilati in casa ma come tante donne perbene aveva uno strano debole per storie torbide e di eccessi e io avevo tutte le caratteristiche per farla innamorare.

Quelle che mi mancavano le simulavo. Manuela era una vittima la era sempre stata l’avevo capito subito che era una abituata alla sottomissione e all’obbedienza. Rassegnata, capo chino, docile, sdegnosa e timida con grandi sensi di inadeguatezza e piena di insicurezze mi cercava con ostinazione, mi aspettava con infinita pazienza   e se mi negavo mi cercava ancora di più, si macerava in attesa che mi concedessi e faceva di tutto per piacermi, certo povera, mica poteva fare i miracoli… 

Quella sera quando si presentò strizzata dentro quell’improbabile vestito all’ultimo grido che le evidenziava ancora di più la sovrabbondanza delle forme e la sua postura da foca per me fu la vittoria,  la consacrazione  come una cena mistica  anzi l’ultima, un momento davvero magico..

Ma lei come Giuda non mi avrebbe certo tradito anzi si era tradita da sola e mi aveva consegnato anche i trenta danari d’argento sul palmo della mano dicendomi ‘sono tua e pure questi sono tuoi fai di me ciò che vuoi’...(continua)

 

postato da biancalaura, 13:06 | link | commenti (8)